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Il mito ed il simbolo  sono le chiavi per penetrare il mondo dei nostri antenati, la loro spiritualità, le loro visioni, i loro segreti valori, la loro essenza dominata dal senso collettivo, dalla sacralità lunatica femminile, dalla  passività fatalistica e dai valori tradizionali.
E’ la forma del paesaggio a rappresentare visualmente i simboli archetipi della cultura arcaica, a concretizzare l’idea, a creare il mito, la divinità.
Nel mondo spirituale della cultura appenninica la natura è vita, spirito, divinità. Il territorio è cosparso di luoghi sacri. La montagna racchiude l’energia generatrice e nell’impeto delle acque fluenti si esprime la forza del principio maschile primordiale; dietro ogni sorgente di acque infere vi è una ninfa oracolare, in ogni boschetto una triade, nelle valli, vive lo spirito della natura selvaggia. I culti erano legati alla vita agricola, le divinità erano forze della natura coadiuvate da un’enorme proliferazione di spiriti benevoli e avversi in ogni circostanza della vita quotidiana.

 


Questa religione della rivelazione non conobbe alcuna forma di personificazione dei numi, non dette loro né nomi, né immagini proprie della decadenza greca, per rappresentarli usò solo oggetti simbolici come il fuoco, il recinto, l’uovo, la spirale, l’ascia bipenne, l’ouroboro.
I culti delle civiltà progressive di questo territorio sono legati al simbolismo delle attività. Il paleolitico con la vita nomade dei cacciatori corrisponde al culto della vita animale dalla quale gli uomini traevano l’esistenza. In questo periodo gli sciamani cercavano le selci in alta quota e nelle  grotte eseguivano i rituali estatici per ottenere, con una prassi magica segreta, il possesso sugli animali .
Man mano che l’uomo comincia a concepire l’idea di dipendere dal fato guidato da forze sovrannaturali, sorgono i primi luoghi cerimoniali definiti da circoli di pietre, fossati o tumuli.
Nel neolitico si afferma la visione naturalista, con la pastorizia e la coltivazione stanziale, riti e pratiche culturali sostituiscono la magia. Ha inizio la fase animista del dualismo incline all’astrazione simbolica che si protrae per tutta la civiltà del bronzo e del ferro, si forma una tradizione di luoghi sacri strettamente legati ai cicli della luna e del sole, di riti e celebrazioni dedicate agli antenati ed alla divinazione. Con l’età del ferro si sviluppò il culto dell’acqua.
Il mito romano ci svela il mondo spirituale della cultura appenninica, i culti più antichi di quelle società  agrario-matriarcali.
La tradizione attribuisce a  Numa Pompilio, l’umile re Sabino proveniente da Norcia succeduto a Romolo, tutte le istituzioni religiose di Roma.
Nel mito di Numa e della Ninfa Egeria traspare l’affermazione, tipica della cultura appenninica, di dipendenza del potere maschile da quello femminile.
L’introduzione del culto aniconico di Vesta e la consacrazione di quattro vergini vestali che dovevano curare il fuoco perpetuo del tempio, secondo Ovidio, Varrone e Dionisio di Alicarnasso,  confermano l’origine sabina della religione romana .
Il tempio di Vesta nel Foro, era l’unico santuario ad avere forma rotonda, in relazione con la terra (antica capanna italica), era collegato alla Regia e Numa ricopriva il ruolo di “rex sacrificulus” (re sacerdote).
La tradizione vuole che l’acqua lustrale vi fosse trasportata da fuori Roma e probabilmente proprio dal bosco di Nemi.
Nella stanza segreta, alla quale aveva accesso solo la maestra del tempio, erano conservati, secondo Plutarco, il “Palladio” di Troia (antichissimo simulacro della dea protrettrice della città, salvato da Cassandra e portato in Italia da Enea) e gli oggetti sacri per la celebrazione dei “misteri” di Samotracia (della Grande Dea).
Tuttociò induce a pensare che Vesta corrisponda alla dea Cyprum Nortia e che Numa avesse eletto Vesta, Marte e Giano a triade tutelare di Roma. I sabini avevano ereditato dai celti la forte tendenza a pensare in termini di triadi.  
Dai libri Punìca di Silio Italico risulta che anche nei templi  della dea Cupra, presso l’altare, arde il fuoco sacro “fumant altaria Cuprae”.
Il culto di Vesta ha le stesse caratteristiche di quello di Nortia-Nemesi o Cupra: una casta sacerdotale femminile, un tempio circolare con un perenne fuoco sacro ed un oracolo lontano dal tempio.
L’etimo del termine Vesta deriva dall’idioma primitivo Vas che ha valore di circondare, contenere, proteggere, coprire.
Il nome Cupra è il risultato di una doppia radice: Cup-ra. La prima radice è riconducibile all’illirico Kup,  al greco Kyp, al latino Cub-Cup e ha significato di volgere intorno, coprire, chiudere sotto di se, la seconda equivale a produrre, crescere, fiorire. Le denominazioni etniche Vesta e Cupra designano entrambi la neolitica Grande Madre egea.
A Norcia, molto tempo prima che Roma nascesse, il tempio della dea sorgeva sul Monte Patino ed era anch’esso collegato alla reggia dei leggendari re preistorici di Norcia, i cronisti raccontano che il tempio più antico era un recinto circolare all’interno di un boschetto, nel quale la divinità non aveva immagini. Il suo nome più antico, Nemesi, la collega a Diana Nemorense e Numa, l’etimo dei tre nomi ha infatti la stessa radice e conserva il significato di assegnare, distribuire, regolare.
Nell’idioma  osco-umbro probabilmente fu conosciuta come Cupe Norsa (conoscenza trasmessa dal profondo, sapienza oscura), corrispondente alla Bona dea Nortia latina che l’imperatore Giuliano assimilò all’argentea Magna Mater dalla testa nera.
Non lontano dal Santuario del Macereto (tradizionalmente legato alla profezia femminile)  i toponimi di alcuni piccoli centri Nemi (Nemesi), Cupi (Cupra) e Sorti si riferiscono a lei.
Il tempio che Numa dedicò a Giano aveva quattro porte orientate secondo i solstizi e gli equinozi, (quattro erano gli ingressi alla grotta della Sibilla  nel racconto di Andrea da Barberino), infatti nella religione della rivelazione, Giano è il maestro e custode dei “piccoli e grandi misteri”, quindi quadriforme.
Nella Regia  di Numa, il culto di Vesta era collegato a quelli di Giano e  di Marte.
Il culto di Marte a Forca Ancarano, presso Norcia, era  collegato a Nemesi (Maiuri -dagli scavi del tempio).
Il nome italico di Marte era Maners o Manes ed era un dio agrario associato al culto della Madre Terra, da esso deriva infatti il termine romano “dei manes” (gli dei antenati).
Nelle preghiere è invocato affinchè rechi fertilità ed abbondanza alla terra.
La “logica della simbologia dell’inversione” di Giano era intimamente collegata al mito del sacrificio di Marte, poichè secondo un’antichissima tradizione “la continuità della vita è assicurata dal sacrificio che si consuma sulla vetta della montagna mistica”. Per montagna mistica si intende la Grande Madre Terra.
Nei Sibillini, il tempio di Giano sorgeva sulla montagna di Marte dalla doppia cima, oggi Monte di Meta e Ragnolo.
Nella “mandola” tra le due cime (fosso di Meta, rio Terro) vi erano: l’omphalos (uovo di Sarnano) che rappresentava il centro, il crogiolo della vita, il punto di inversione e la “fonte di Giano”.
Un misterioso passaggio sotterraneo, anch’esso nella mandola tra le due cime, si presta alla stessa interpretazione simbolica del “buco delle anime” delle pietre funerarie preistoriche. Si potrebbe considerare un collegamento simbolico tra mondo infero, mondo terreno e quello superiore, corrispondente al polo di rotazione dell’asse terrestre, il punto di “meta”.
Più in basso, il rio Terro e la grotta di Soffiano si ricollegano alla dea dispensatrice di vita e di morte (fato).
Nel neolitico, tra le popolazioni agricole, il continuo bisogno di rinnovare i processi generativi della natura, affermò il culto alla dea preistorica.
Nei templi e nei monumenti funerari l’ uovo e l’utero, assunsero la simbologia delle sue funzioni. La tomba etrusca è la riproduzione del monte coronato e del tempio uovo.
Nella concezione primitiva la montagna di Marte, dalle due cime, l’immagine di Giano, fanno parte delle religioni astrobiologiche dei cicli lunari e solari, sono simboli di inversione, della comunicazione tra mondo inferiore e superiore, determinano la conoscenza del fato.
La luna, Diana o Ecate (l’Argentea Nortia o la ctonia Cupra), celestiale o infernale, è la guida del lato occulto della natura, mentre il sole percorre la via manifesta.
Nel museo archeologico di Fermo è conservato un nucleo di selce proveniente dalla grotta della Sibilla, ciò fa supporre che la sua frequentazione risalga al periodo paleolitico.
Nella grotta,  il culto oracolare collegato a Nortia, è stato presumibilmente preceduto da riti  legati ai cicli solari e lunari in connessione con il mondo ctonio degli antenati.
Il pertugio orientato all’alba del solstizio estivo collega la grotta ai riti astrobiologici megalitici, sincretizzati nel mito di Giano e di Marte (il Pico dei Piceni ).
In seguito i miti ed i riti  greco-romani sono entrati a far parte della pratica della rivelazione  Appenninica.
Silio Italico descrive il territorio di Ascoli (fondata da Picus): “Una volta, come riferisce la fama, la terra era possesso dei pelasgi, sui quali regnava Asi, il quale lasciò il suo nome al fiume e da lui i popoli furon detti Asyli”.
Alla luce delle note storiche, teogoniche ed etnologiche riferite da Silio molti toponimi nell’area appenninica  si ricollegano alla civiltà minoico-egea. Il  fiume ricorda il dio fluviale ai piedi della dea coronata assisa sul Monte Silipione.
Il suo idronomo richiama Dictinne, l’arcaica dea Madre  cretese che alcune fonti storiche greche associano al mito di Zeus allevato dalle Ninfe Ida e Amaltea sul Monte Dicte a Creta.
La sua immagine serpentiforme, che la collega alla profezia ed al culto delle acque,  è ancora visibile nella cripta paleocristiana di San Ruffino.
In origine la neolitica Grande Madre venne chiamata con tanti nomi, in epoche posteriori la sua plurinomia determinò il politeismo delle dee distinte tra loro ma tutte riconducibili ad essa.
Nella teogonia i nomi Astarte, Afrodite, Venere, Cupra, Fortuna, Nemesi, Dictinne, Iside, Cibele, Tyke, ecc., rappresentano una plurinomia etnica della stessa divinità che i pelasgi rappresentarono come Regina e Montagna.
Il piceno è ricco di siti di interesse archeologico, nei quali il termine “regina” fa parte del nome tradizionale del luogo.
Nella cultura Appenninica la Grande Madre è colei che domina sul fato, è la grande dea dei misteri iniziatici, la regina  del paradiso perduto dell’età dell’oro.
La sua immagine è la grande montagna coronata, il suo regno è nella grotta dei misteri sulla cima della montagna, sopra la corona.
L’etimologia del suo nome la collega a Emeria (che emerge, viene fuori) la Sibilla Cimmeria (Sibilla che emerge dalla caverna sulla cima).
La cronaca medievale la chiama Regina Sibilla, il suo monte è il Venusberg (montagna di Venere), il suo regno è il paradiso perduto, il palazzo di Marte del mito romano, i campi elisii dei pelasgi, l’isola dei beati degli etruschi.
Con il monoteismo cristiano il suo spirito si dissolse nelle formule alchemiche, umanizzandosi, secolarizzandosi  nella cultura popolare, in forma  attenuata dal folklore, come pianta immortale le cui radici affondano nel buio dei millenni, la montagna lo cela e lo protegge ai nostri occhi.
Il tentativo di svelare il suo mistero,  intrapreso con le migliori intenzioni, ci ha trasportato in una storia sconfinata ed incomprensibile. Prima ancora di poter raccontare qualcosa, ci si ritrova  in mano un fascio  di episodi come una matassa di fili aggrovigliati che mille mani impiegherebbero mille anni a sciogliere e sbrogliare, ed i singoli fili non appena si afferrano si spezzano tra le dita.
Ma il suo è un  mistero solo per chi non ha occhi per vedere che basta il suo nome per svelare la sua identità.
La Sibilla Appenninica è l’unica Sibilla  ad essere definita Regina e questo perchè essa non è l’oracolo di qualche divinità, ma  l’archetipo primordiale scaturito dall’inconscio, dal mondo dei sogni e delle paure umane, la Sibilla  è la Grande Madre dell’Appennino, la regina del nostro mondo dei sogni e dei desideri,  la montagna sacra d’occidente.

Fiorella Traini